Benedetta Frezzotti, autrice di “Le mie Stories”. Ci svela lo Storytelling transmediale

Autrice del libro da poco uscito sul mercato editoriale nazionale “Le mie Stories” con Edizioni Piuma e distribuito da DirectBook, Benedetta Frezzotti non si dedica però solo alla scrittura. Lei, infatti, è un’artista a tutto tondo e si divide tra stesura, illustrazione, animazione e la progettazione di laboratori e Activity (giochi e attività per l’editoria).

Benedetta, qual è il tuo percorso? 

Dopo il liceo scientifico, ho frequentato l’istituto europeo di design. Nel 2005 mi sono diplomata in illustrazione e animazione multimediale con una tesi in animazione 2D. Poi mi sono specializzata in animazione stop-motion. Purtroppo in quel periodo non era facile trovare lavoro come animatore, quindi dopo un po’ ho cominciato a lavorare in editoria. Siccome mi è sempre piaciuto provare cose diverse, quando potevo tornavo al fumetto e al video, progettavo giochi e laboratori e l’amore per la stop-motion credo sia rimasto nel mio modo di illustrare usando piccole sculture di carta.

Quando sono usciti i primi libri interattivi sono rimasta affascinata da come fosse possibile, all’interno di un unico racconto, scegliere più linguaggi diversi a seconda di quello che era più funzionale alla storia: potevo inserire delle animazioni per far interagire meglio i personaggi con il lettore, passare da un linguaggio narrativo al fumetto, creare un ambiente sonoro. Questo mi ha dato la possibilità di realizzare dei progetti che su carta purtroppo non avrebbero potuto prendere vita.

Come vedi oggi lo storytelling interattivo e quale prevedi possa essere la sua evoluzione?

Più che storytelling interattivo in questo momento si sta imponendo uno storytelling transmediale: non più la stessa storia declinata su medium diversi in modo ripetuto (libro, film, fumetto) ma una storia forte che viene raccontata su diversi medium, ogni medium (libro, serie tv, fumetto social, videogiochi multipiattaforma, smart object, giocattoli) ha una parte della storia e i contenuti sono diversi e studiati per ogni “contenitore narrativo”. Questo per tener agganciato l’utente, non direi più il lettore, su qualunque dispositivo o piattaforma si sposti, inclusi i social. Tutto ciò sembra funzionare, così come sembravano funzionare le formule in abbonamento di Netflix fintanto che c’era solo Netflix. Il problema è che sono formule pervasive, quindi l’utente arriva presto a saturazione. Non credo che toccheranno l’editoria, però sicuramente entreranno nelle storie e nel modo di raccontare, come lo hanno fatto ormai i QR-CODE. Un’altra incognita enorme sarà scoprire se e quando tablet e smartphone saranno sostituiti da dispositivi per la realtà mista e cosa succederà quando la generazione che è nata con lo storytelling interattivo, che si è abituata a leggere su smartphone più che su libri, diventerà a sua volta autrice di storie.

Parliamo di “Le mie Stories”, un romanzo breve (formato 17×24) che racconta le avventure di Daniele, un bambino che dal sogno di diventare Instagrammer scoprirà l’amore per la fotografia… Quella con la F maiuscola! Per prima cosa hai scelto tu il titolo? Inoltre, ci spieghi qualcosa in più della trama?

Non saprei dire chi ha avuto per primo l’idea: il libro ha avuto il suo primo ok, quello alla sinossi, a ridosso della fiera del libro di Bologna, la più importante dell’anno, quindi ci siamo trovati forzatamente a comunicare il libro, prima che a scriverlo. Per farlo serviva un ISBN con una certa urgenza, ma per avere un ISBN serviva un titolo. Io e Francesca di Martino, l’editore di Piuma, ci siamo palleggiate avanti e indietro un po’ di idee, in modo abbastanza frenetico e alla fine è venuto fuori lui: “Le mie stories”.

La trama è colpa di mia madre: da piccola potevo provare a fare tutto (basta che non mettesse a repentaglio la mia incolumità), però dovevo farlo seriamente. Vuoi studiare le balene? Benissimo, a 10 anni conferenza universitaria di etologia, vuoi fare la pittrice? Corso di storia dell’arte. Dinosauri? Credo che tra lei e mio padre mi abbiano dovuto leggere “Dalla cellula all’uomo” più spesso di “Cenerentola”. Alcune passioni continuano ancora oggi, altre si sono spente davanti alle nomenclature latine che differenziano un cetaceo dall’altro. Quindi quando Daniele, il piccolo protagonista del libro, si è fatto strada nella trama annunciando di voler fare l’instagrammer ho applicato la tattica appresa da mia madre: “Se vuoi fare l’Instagrammer devi fare delle belle foto, se no puoi sempre fare altro nella vita…” Lui ha provato a spiegarmi che ora “vanno le stories” su Instagram, che non importa se la foto è brutta: l’importante sono gli hashtag giusti… ma con i vecchi bisogna avere pazienza: non gli ho dato retta e lui si è trovato a prendere lezioni di fotografia il Sabato mattina moooolto presto. In questo modo, secondo i miei calcoli il libro sarebbe dovuto finire pressappoco a pagina cinque, invece Daniele si è appassionato alla fotografia, ha fondato un club di Fotografia con i suoi compagni di scuola e mi ha permesso di scrivere un personaggio come la sua amica Vani: una bimba nata in Italia da genitori indiani che vuole usare la fotografia per dire a internet e al suo motore di ricerca che “italo-indiana” è ben più di una pizza con i Samosa.

Per caratterizzare i personaggi hai preso qualche spunto?

Sì, anche più di qualche spunto… in realtà io spesso scrivo come se scrivessi per uno o più bambini che conosco. Quindi poi è un attimo che loro si impadroniscono della storia, spuntando nelle battute o nel modo di comportarsi dei personaggi.

Prendo anche molto dai libri che leggo o dagli artisti che mi piacciono senza dubbio, ma mi piace molto perdere spunto dall’osservazione della realtà, cerco di fare molte ricerche sul campo e di crearmi archivi fotografici tutte le volte che posso.

In questo libro poi c’è una foto particolarmente importante, riguarda un cane e un panino… non posso dire di più senza fare importanti spoiler. In questo caso, devo dire che più che spunto è un plagio autorizzato di una foto geniale fatta dal mio compagno.

Si tratta di un nuovo lancio letterario motivo di orgoglio anche per Edizioni Piuma, come ha spiegato l’editrice Francesca Di Martino con queste parole: “Pubblicare questa storia per noi è stata un’esperienza unica. ‘Le mie Stories’ è un libro scritto per i bambini che amano seguire le proprie passioni, ma anche per quei genitori che, con timore o troppa superficialità, affrontano l’argomento ‘Social’ con i propri figli”.

Ti sei fatta quindi portavoce di alcuni valori portanti a cui, nella società odierna, dobbiamo prestare particolare attenzione sia come genitori che come educatori… Che senso di responsabilità avverti?

Anche se il libro non è un manuale di comportamento sui social, scrivere una storia mi carica sempre di un senso di responsabilità enorme, enorme davvero. Per spiegarlo rubo una citazione al web, che pare essere di G. Chesterton “Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono, loro lo sanno già. Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere”. Il drago di questa storia si è palesato durante un laboratorio, spontaneamente, portato in classe sui cellulari dei bambini nella mia aula. Sono stata messa alle strette e ho provato ad affrontarlo al meglio delle mie possibilità, mi sono imposta che l’educatore avesse la precedenza sul narratore, ho studiato manuali e fatto ricerche. Scrivere storie è un privilegio, e va esercitato con grande cura, perché le storie gettano i semi delle idee. Nonostante questo però una storia, è una storia, da sola non basta: serve che poi certi temi, primo tra tutti l’importanza delle impostazioni di privacy sui social, vengano discussi e ridiscussi con coerenza a casa e scuola.

All’interno del libro, inoltre, si trovano anche dei QR-CODE da scoprire insieme ai genitori nel web. Ce li vuoi spiegare meglio? 

Tutti i giochi con la fotografia che i nostri protagonisti fanno nel libro si possono facilmente riprodurre, molti li faccio in laboratorio con i bambini che vengono a trovarmi. Tutte illustrazioni sul libro che riproducono fotografie, dalla “fontana puzzona” di pagina 9 allo scheletro di T-rex di pagina 34, sono “copie illustrate” di fotografie fatte con lo smartphone. Volevo che tutto quello che facevano i protagonisti del libro fosse facilmente riproducibile con uno smartphone anche vecchiotto, o se proprio non era possibile, con una macchina fotografica. L’unica cosa che non riuscivo a inserire erano le tantissime fotografie di cui mi sono innamorata negli anni e che hanno ispirato il libro; quello e il piacere della ricerca che aveva accompagnato la loro scoperta: i fotoreportage di LIFE, le fotografie di Vivian Maier che cambiano la vita alla piccola Vani nel libro, le foto del National Geographic che girano per casa da quando ero piccola e che ispirano Daniele. Erano troppe e ridisegnarle non sarebbe stata la stessa cosa; c’era da chiedere permessi di riproduzione, insomma per ben che fosse andata avrei potuto inserirne due o tre al massimo. Troppo poche per immergersi in una vera esplorazione per immagini in cui ogni lettore potesse trovare il tipo di fotografia più adatto a lui: natura, moda, ritratti, street photography, still life, ognuna un mondo. Non mi davo pace… con Francesca di Martino, l’editore di Piuma, abbiamo valutato anche di creare un’app in realtà aumentata, ma avrebbe avuto costi enormi per poi inserire in un ambiente chiuso e a pagamento contenuti che sul web erano gratuiti. È così che abbiamo avuto l’idea di portare il web sul libro: quale modo migliore di educare ad un utilizzo consapevole e competente delle ricerche su internet se non imparare fin da piccoli con mamma e papà? Così sono nati i nostri QR-Code, cioè dei pittogrammi che letti con l’apposito lettore possono far compiere al nostro device alcune semplici azioni. La più comune è aprire una specifica pagina internet. Sono ormai ovunque, dai cartelloni pubblicitari per scaricare gli sconti ai libri di scuola per aprire link a risorse video aggiuntive. Alcuni autori come Emanuela Bussolati o Giorgio Salati li hanno usati per poter inserire la musica nei libri, Emanuela con una funzione narrativa fondamentale, Giorgio, per accompagnare uno dei suoi fumetti con la colonna sonora. Erano sicuramente la scelta più naturale per il nostro libro.

Stai portando “Le mie Stories” in giro per l’Italia tra presentazioni, ospitate in radio e tv, interviste, eventi come il Lucca Comics… Ti sei divertita scrivendolo? E durante i laboratori con i bambini qual è la cosa che ti fa sorridere di più? 

Madre natura quando ha elargito i suoi doni è stata molto generosa per quel che riguarda le illustrazioni, meno per la scrittura: l’uso della virgola resta per me un mistero e la musicalità dei miei testi ancora lascia molto a desiderare. Scrivere mi richiede un esercizio costante e un lavoro enorme di rilettura, mio e del mio santo editor Ilaria che non finirò mai di ringraziare. Quindi sì, mi diverto, ma faccio una fatica immensa. Fatica che per fortuna non esce tra le pagine del libro finito, che anzi è stato recentemente definito, con mio sommo orgoglio, “ghignoso” da più fonti indipendenti tutte sotto i 12 anni.

Durante i laboratori, invece, mi piace osservare le “partenze lente”: quei bambini che all’inizio hanno un’idea ben precisa della fotografia (di solito coincide con il selfie) sanno come funziona lo smartphone magari anche meglio dei genitori, quindi ti ascoltano così, perché sono lì, come si dà retta alla zia un po’ toccata. Poi provano, vedono cosa fanno i compagni, ci prendono gusto e quando finisce il laboratorio non vogliono smettere e cominciano a raccontare cos’hanno scoperto a tutti: a me, ai genitori, agli insegnanti, ai passanti.