In “URU” dello scrittore Sergio Calcagnile il sacro si sposa con il profano

Sergio Calcagnile, torinese trapiantato a Milano, laureato in legge e consulente legale presso un importante studio notarile, ha esordito nel mondo letterario con racconti pubblicati in varie antologie per poi cimentarsi, nel 2018, con il romanzo storico: “Nonno Egeo”, seguito da: “Lumina Tenebrarum” e, nel settembre di questo anno, da: “Uru”, Caosfera Edizioni, entrambi di genere horror.

Se la copertina di questo romanzo non lascia alcun dubbio sul genere di appartenenza, due sono le cose che incuriosiscono. La prima è lo pseudonimo da te usato: SiRj. Ce ne vuoi parlare?

Certamente! La ricerca dello pseudonimo posso confermare si tratti di una scelta dettata in parte dal caso e in parte no. Tutto nasce dal mio nome Sergio che in abbreviato fa “Ser”. Molti in famiglia mi chiamano proprio così. Un mio grandissimo amico giornalista, però, sin da quando eravamo ventenni, mi chiamava “Sirg”.  Questo perché un fotografo americano, quando avevo appunto vent’anni, mi scattò diverse foto e mi lasciò diversi messaggi in segreteria telefonica chiamandomi “Sirg” e il mio amico, con cui condividevo l’appartamento in quel periodo, si divertiva un sacco a ascoltarli. Da lì, è scaturito questo pseudonimo, un po’ per mascherarmi e celarmi dal mondo del lavoro dove tutti mi conoscono come Sergio, e un po’ perché il nome Sir j mi piace davvero e mi fa tornare in mente situazioni positive.

La seconda a destare interesse è il titolo: “Uru”. È dovuto a una tua scelta e ha un significato particolare?

Uru è il nome di un folletto tratto dalla tradizione classica salentina. Alcuni, in qualche parte del Salento, lo chiamano Carcaluru, altri addirittura in modo totalmente differente e cioè “Sciacuddhruzzu”. Dalle parti di Lecce invece, e precisamente nel paese di Carmiano dove risalgono le mie origini e in cui è nata pertanto la mia ispirazione tratta dalla tradizione, si chiama per l’appunto “Uru”.

Qual è stata l’ispirazione che ti ha portato alla scrittura del romanzo?

La vera ispirazione si è originata a seguito di un bellissimo week end trascorso nella pace meditativa di un’abbazia benedettina alle pendici delle Alpi. Ormai l’esperienza risale a 4 o 5 anni fa. Fu un’esperienza estremamente interessante e beatificante. Non pensate che feci chissà cosa all’interno del monastero. Nulla, aldilà di preghiera, passeggiate, solitudine. Ma l’aria che vi respirai, la musica che percepii, l’anima che si intrufolò al mio interno, fece scaturire un vulcano che oggi è in piena eruzione. Uru è figlio di quella splendida esperienza in cui il sacro si distingueva e si sposava col profano, in cui la vita si confondeva inevitabilmente con la morte. Fu una delle esperienze più importanti della mia vita. Mi ritrovai nell’abbazia insieme a altri due uomini, anch’essi in cerca di se stessi. Uno dei due, di cui non rammento il nome, era talmente dedito alla preghiera che penso prima o poi prenderà i voti, se non li ha già presi. Il secondo, invece, era calato, in quel momento, in una situazione familiare identica a quella del sottoscritto. E ci scambiammo le rispettive opinioni e sensazioni che appunto sono quelle qui messe per esteso. Una cosa che però non ho mai detto nelle precedenti interviste e che tengo a dichiarare è questa: quando tornai in famiglia, mi pervase una sensazione di equilibrio, di benessere, di completezza, di soddisfazione, che stetti bene per almeno un paio di settimane. Poi, purtroppo, il tran tran quotidiano soffocò le beate emozioni provate e lasciò ai miei ricordi solo la piacevole sensazione riscontrata. Nei giorni di quelle sensazioni cominciai prima a scrivere una canzone dal titolo omonimo e, un anno dopo, il libro.

In breve, senza svelare quello che solo il lettore dovrà scoprire, parlaci della trama.

La trama è molto semplice. Un uomo alla ricerca di se stesso (chissà chi sarà?), si reca presso un vecchio monastero benedettino dove, aldilà della sacralità di facciata, scopre un segreto antico da cui prenderà origine il male. Non dico altro, altrimenti svelerei particolari e so che molti lettori riescono a leggere attraverso le parole. Per cui mi fermo qui!

In un luogo di pace, armonia, ricerca del proprio essere e del Supremo, sei riuscito ad ambientare una storia che non ha niente di tutto ciò, ma ci mostra l’esatto contrario. Hai incontrato delle difficoltà nella stesura? E se sì, quali?

Difficoltà? Tantissime, dietro ogni riga c’è una difficoltà. Molte volte si aprono le cosiddette “sliding doors” e tu devi essere bravo a prendere la decisione di dirigerti o in una direzione o in un’altra. Bisogna solo percorrere la strada. Non vi nascondo che la mia intenzione quando scrivo è quella di attirare l’attenzione del lettore in modo tale da renderlo assolutamente partecipe al viaggio del libro, come se guardasse un film. Credo che se inserisci il lettore al centro della scena, senza tanti fronzoli, lui ti possa seguire con maggiore attenzione e, soprattutto, non si stacchi mai dalla poltrona. Poi, detto tra noi, se potessi un giorno pubblicare il libro con il cd di musica allegato sarebbe perfetto, perché lo farei calare esattamente nella stessa dimensione del libro. Volevo infatti precisare che per ogni libro compongo una canzone apposita, che generalmente compongo ben prima di scrivere il romanzo e che mi aiuta tantissimo nei momenti di difficoltà della scrittura. Aggiungo infine un’ultima cosa: in “Uru”, a un certo punto mi bloccai su una scena del delitto. Non sapevo bene come realizzarla. La volevo terribile, unica, continuativa. Beh, ci sono riuscito a renderla come volevo grazie a una ricostruzione mentale meticolosa, come se vedessi un episodio del vecchio e buon “CSI”. Ma non fu assolutamente facile.

Nella convinzione e nell’augurio che a questo romanzo ne seguiranno altri, ti chiedo cosa rappresenta per te la scrittura.

La scrittura per me è una parola sola: vita! Nel senso che mi permette di gioire, far gioire, pensare, sognare, cantare, suonare, provare brividi e infine… amare e, insieme alla musica, il connubio è perfetto!