Lo scrittore Franco Rizzi con i suoi “Anni facili” e “Anni difficili”

Classe 1935, nato a Torino, vissuto a Milano per lungo tempo e oggi Iseano, da sempre amante della cultura tanto che da ragazzo, appena diciottenne, pensava di fare lo scrittore come mestiere e il giornalista come secondo lavoro per vivere.

A volte si fa un giro largo nella vita prima di poter davvero seguire la propria indole e il proprio talento, si laurea così in ingegneria e si vede costretto a prendere in mano le redini dell’azienda di famiglia, ma oggi Franco Rizzi non solo è lo scrittore che voleva diventare, ma anche un editore.

Franco, in cuor tuo l’hai sempre saputo che bastava saper aspettare per poter davvero assecondare la tua vera natura e passione?

Credo di sì, ma comunque non sono mai rimasto troppo lontano dal fare lo scrittore. Bastava un nonnulla per aprire la vena della scrittura: di solito ne scaturiva solo un racconto, poi la vena si richiudeva. Quando ho cominciato a scrivere per scrivere sono usciti di getto i primi cinque o sei romanzi.

Con il passare degli anni il modo di scrivere cambia?

Probabilmente cambia. Forse è come camminare in montagna, a poco a poco il passo si fa più lento, ma anche più attento, più consapevole. Il sentiero diviene più ripido, l’aspetto delle cime cambia, viste più da vicino, se ne può osservare tutta la loro severità e anche l’ostilità. Le vette appaiono assolutamente non raggiungibili.

Ci parli della tua produzione letteraria e della tua casa editrice?

Scrivo romanzi a cornice storica. Inserisco personaggi e storie in mezzo alla vita vissuta ogni giorno dagli uomini. A volte racconto le vicissitudini vere di persone realmente esistite, non faccio altro che mettere in luce gli aspetti “romanzeschi” di fatti che li hanno visti protagonisti. La casa editrice è una affannosa appendice che mi porto appresso solo per stampare, qualche volta, quanto ho scritto.

Ti va riconosciuto il merito di non aver mai temuto di parlare di temi delicati, tra cui la Massoneria, e di aver esplicitamente detto di aver conosciuto tanti imbroglioni e ciarlatani nel corso della tua vita e sul lavoro. Hanno in qualche modo influenzato i tuoi scritti?

Uno scrittore deve essere libero di scrivere qualunque cosa, senza timore, altrimenti è solo un pennivendolo. Certamente il mondo che ho conosciuto ha influenzato quanto ho scritto, alcune volte, per non dire quasi sempre, ne è stato parte integrante. Sommessamente vorrei aggiungere che nella mia vita ho anche conosciuto un paio di persone per bene. Uno è stato un mio insegnante.

So che sei particolarmente affezionato ai quattro romanzi del ciclo di “Luca Falerno” carabiniere del re”. Perché?

Luca Falerno è un personaggio che ho inventato quand’ero giovane e quindi mi ha tenuto sempre compagnia, quasi come un cugino di qualche anno maggiore. E gli ho sempre attribuito amori sfortunati, un po’ perché credo che questo lo renda più simpatico, più vicino a chi legge, un po’ per consentirgli ogni volta di avere il cuore sgombro e quindi affrontare le nuove avventure come una nuova primavera che deve necessariamente comprendere anche un grande amore.

Un’ultima domanda: una penna inesauribile come la tua ha in cantiere qualche altro progetto letterario nell’imminente che vorresti mettere nero su bianco? 

Sì, ho completato la prima stesura di un nuovo romanzo provvisoriamente denominato “Anni facili” che fa da contraltare agli “Anni difficili”. Com’è ben noto i nostri sono anni facili, senza guerre, né attentati, tutti ci vogliamo molto bene, la politica è fatta da uomini integerrimi, possiamo fare i turisti in ogni parte del nostro pianeta dove nessuno viene mai rapito. Questo lo scenario di fondo del nuovo romanzo, che però deve ancora passare il vaglio dell’editing per un controllo a maglie strette. Forse vedrà la luce per la metà del 2020.